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PREMIATA OFFICINA TREVANA_10

(UNDER COSTRUCTION)

 

 

LA MOSTRA DEGLI ARTISTI

 

 

Oscar Accorsi

Correggio, 1958. Vive a ...

Dancing, 2010 

Vernice industriale su alluminio

 

La direzione verso cui ci spinge a riflettere Oscar Accorsi è quella di un’ecologia dello sguardo e del pensiero, ovvero la pulizia della mente da troppe informazioni visive che portano ad impigrire gli altri sensi e ci conducono verso una sorta di apatia. L’artista, quindi, tende al monocromo come simbolo di “pulizia” e, per incentivare l’uso degli altri sensi, accosta ai lavori un rametto di rosmarino, il cui profumo intenso sollecita l’olfatto. Il titolo, Dancing, riflette ironicamente proprio sulla ricerca spasmodica di un senso apparentemente nascosto quando l’unico scopo del lavoro è la depurazione da inutili sovrastrutture concettuali e la pura sollecitazione plurisensoriale. Infatti, a ben guardare, nel bianco si intravedono delle griglie, ma queste non sono altro se non banali cassette della frutta. Per realizzarle, Accorsi ha prima dato una stesura di vernice bianca su alluminio, poi vi ha poggiato sopra questa “pseudo-griglia”, ed ha quindi passato una seconda stesura di vernice trasparente per ottenere un leggero, e quasi impercettibile, gioco ottico. Il tutto per sorridere di chi, abituato ad andare sempre oltre cercando un significato nascosto, perde il contatto con  il lato epidermico e superficialmente sorprendente della banalità.

 

Rebecca Agnes

 

An unbroken line, 2009

Video animazione 2D, 6’’

 

L’artista lavora solitamente con il video usando l’animazione in 2D. In questo progetto specifico, dal titolo Una linea ininterrotta, il testo che scorre sullo schermo presenta una selezione limitata di eventi ampiamente conosciuti. Tutti eventi legati da un comune minimo denominatore, ovvero l’incidenza catastrofica e falcidiante sull’uomo. Eventi che hanno avuto luogo in maniera improvvisa, senza possibilità di essere previsti: malattie epidemiche che hanno colpito un’intera popolazione, catastrofi naturali, scontri armati. Una riflessione sull’idea di “conflitto” e sulla precarietà dell’uomo, a volte vittima della natura, a volte della sua stessa mano. 

 

Alessia Armeni

 

Senza titolo (specchio), 2010

Materiali vari

 

Il lavoro esposto a Trevi è un omaggio allo specchio come strumento utile a moltiplicare la visione. Le piccole tele riportano infatti angoli – piccole porzioni di spazio – visti da diverse prospettive. Lo specchio è proprio concepito come un elemento in grado di generare punti di vista alternativi, duplicando la realtà e provocando, al tempo stesso, rappresentazioni fallaci che inglobano tanto l’ambiente come le persone in una rappresentazione moltiplicata, per esprimere una complessità della visione e la volontà dell’artista di spingere il nostro sguardo a scoprire l’altrove. 

 

Luca Bertini

 

29, 2005

Programmazione, Big Band Jazz, video, 35’

 

29 è un evento sonoro, visivo e performativo, in cui le oscillazioni borsistiche del crollo del ‘29, trascodificate matematicamente in note, vengono interpretate da una Big Band Jazz. 15 strumentisti e due cantanti eseguono il Black Tuesday, come venne soprannominato dagli americani il 29 ottobre 1929 - giorno entrato a far parte della mitologia della finanza e della cultura popolare - in una serata di gala in cui riemergono, amplificate e spettacolarizzate dall’orchestra jazz, le invisibili oscillazioni borsistiche che in poche ore di contrattazione portarono al tracollo prevedibile l’infrastruttura economica dell'America e dell’Occidente. In questa performance la giornata del tracollo si autocelebra, mescolando in un cortocircuito logico, elementi vicini alla cultura spettacolare americana, all’estetica anni ‘20 ed al mondo della finanza. Dopo aver acquisito negli archivi storici di Wall Street i dati del Black Tuesday, un’analisi software ha scomposto le quotazioni azionarie di tutte le società in microvariabili - valore dell'azione, frequenza e volume della transazione, settore di riferimento - e le ha ricomposte in un sistema melodico e armonico attribuendo ad ogni elemento un suo corrispettivo - altezza della nota, durata, pause, strumento di esecuzione. Nella partitura ogni strumento, a seconda delle proprie naturali caratteristiche, interpreta l'andamento di un settore borsistico in modo analitico, così da avere, a titolo esemplificativo, delle note lunghe laddove il volume di scambi è stato massiccio, e gravi laddove il valore azionario diminuiva. Le improvvisazioni di alcuni strumenti coincidono invece con le fasi di isteria negoziale di interi settori. Chiude il terzo "round", o giornata di scambi, l'intervento vocale di un tenore e un soprano, che cantano i nomi delle aziende maggiormente coinvolte nel tracollo.

 

Alessio Biagiotti

Nato a Perugia nel  1974. Vive e lavora a Perugia

RU-486, 2010

Double light-boxes

 

L’artista lavora con diversi mezzi espressivi e per l’occasione presenta tre inediti light-boxes che ritraggono scene di vita vissuta, colte nella loro essenzialità. Si tratta di scene tratte dalla strada, immortalate attraverso uno scatto fotografico poi elaborato al computer attraverso l’uso di Photoshop. Le immagini, ad un primo passaggio, vengono virate nei toni del grigio. In un secondo tempo, Biagiotti “sintetizza” le immagini ricavandone - sempre attraverso l’uso di Photoshop - le sagome, i contorni lineari. Quello che rimane dell’immagine di partenza è solo una traccia, resa particolarmente evidente da colori forti, che viene impressa sul vetro per sovrapporsi all’immagine originale, quasi a sottolineare ciò che normalmente è invisibile agli occhi, anche nella banalità, grigia, del quotidiano.

 

conceptinprogress

Amparo Ferrari, Buenos Aires, 1977; Sebastian Zabronski, Buenos Aires, 1974. Vivono a Venezia

 

Sweeping around a column, 2010

Carboncino su pavimento

L’ultima ricerca del gruppo si concentra sulla sperimentazione di tecniche e strumenti innovativi per disegnare. Questa ricerca si risolve nella costruzione di strumenti particolari che, attraverso l’assemblaggio o l’utilizzo di mezzi non convenzionali, danno risultati del tutto inattesi. In questo caso specifico, il duo ha lavorato attorno alla colonna nera (già parte della stanza) ricreando una sfumatura alla sua base che andasse gradualmente dal nero al grigio del pavimento. Hanno utilizzato dei piccoli pezzi di legno di circa 10 cm l’uno. Questi pezzetti sono stati messi dentro scatole di latta (normali contenitori di scarto, ad esempio quelli degli alimenti), riempiti di sabbia. Quindi, i contenitori sono stati bruciati sul fuoco, in modo che i legnetti al loro interno si carbonizzassero. Infine, i carboncini sono stati applicati su una scopa in legno a cui erano state tolte le setole, e questo è diventato un nuovo strumento per “disegnare”, e per sorprendersi dei risultati.

DDM

 

 

Ivy (white) noise, 2010

Cavi elettrici, speakers, radio, antenna

 

La ricerca di DDM (Daniela Di Maro) esplora le relazioni tra natura e artificio, sviluppando progetti che, tramite l’utilizzo del mezzo tecnologico, auspicano un possibile riavvicinamento tra l’uomo e la natura. Sono micro-universi videosonori, dove la natura è veicolata dal medium tecnologico, una sorta di landscape tecno-meditativo creato da cavi elettrici e input sonori. L’esito di questa osmosi è l’agglutinamento d’impulsi visivi, uditivi e tattili che mettono costantemente in discussione l’idea della bidimensionalità dell’opera in favore di una sua totalizzante e avvolgente dimensione ambientale.

 

:esibisco.

 

Indoor, 2010

Materiali vari

Il lavoro esposto è un’evoluzione di un precedente progetto del 2008 dal titolo N.A.T.P.L.E. Non a tutti piace l’erba e presenta, in questo contesto, un video che documenta l’azione di cui sopra più una microporzione di prato che, all’interno dello spazio espositivo, giustifica il titolo Indoor. Il progetto originario era nato per rivitalizzare temporaneamente Piazza Ghiberti di Firenze attraverso l’installazione di un prato vero di oltre 2.000 metri quadri. Si era così creato un nuovo scenario per un quartiere di Firenze, uno sconvolgimento del paesaggio urbano, un’oasi verde al posto di un’infinita distesa di cemento. L’erba assurge a simbolo di un valore imprescindibile per l’uomo, la Natura. Un progetto per permettere ai cittadini di riappropriarsi di un luogo pubblico e una riflessione sulle condizioni socio-culturali di Firenze, ma anche una riflessione che prescinde da uno specifico contesto abitativo.

Franco Fiorillo

 

Portfolio, 1998

Bitume e stampe su tavola

L’interesse di Franco Fiorillo si concentra da tempo sulla materia, specialmente per elementi come ferro e piombo. Portfolio prende il nome dal fatto che comprende tutti i lavori precedenti, o comunque molti di essi. Come ogni “book d’artista” ha un frontespizio, così una “sentinella custode” (una specie di vedetta) sta a latere del corpus delle altre tavole. Tutte le immagini impresse riguardano lavori precedenti dell’artista, ed i supporti sono sportelli che provengono dal collegio che l’artista ha frequentato da ragazzino. Una sorta di percorso a ritroso, quindi, che mette in fila le tappe di una carriera artistica e un percorso di vita, che rielabora il passato per trasformarlo in una nuova opera. 

Armida Gandini

 

Io dico che ci posso provare, 2009

Video, 11’45’’

Il video racconta la storia di una bimba che attraversa uno spazio indefinito: niente dapprima sembra ostacolare il suo gioco. Alla piccola ogni azione è permessa, così come ogni suo desiderio di entrare in relazione con il mondo che la circonda. Questa atmosfera giocosa però gradualmente si modifica; tra la bambina e quella che dovrebbe essere l’area delle sue manovre si generano degli impedimenti, degli scogli, che intralciano fisicamente i suoi movimenti e la obbligano a trovare delle scorciatoie. Di fronte a questi intoppi, che metaforicamente rimandano a barriere mentali oltre che fisiche, la bimba, come ognuno di noi, trova delle strategie che l’aiutino ad aggirare gli ostacoli. Burle, scherzi del destino, inconvenienti che destabilizzano il nostro equilibrio, questi blocchi rimandano alle contrarietà che tutti dobbiamo fronteggiare e che crescono con noi, si amplificano in larghezza e in altezza, proprio quando avevamo l’illusione di essere diventati più grandi e più forti. Eppure la piccola non si dà per vinta e insiste nel trovare un’alternativa, mettendo in atto una resistenza creativa. La mancanza di coordinate spaziali rende più instabile la sua condizione, impedendole di prevenire la direzione degli eventi e di anticiparli: trovarseli davanti significherà fermarsi per escogitare un piano e cercare una soluzione, per difendersi e continuare a giocare. La bimba protagonista del video, Chiara, è l’autrice della frase che dà il titolo al video.

Piotr Hanzelewicz

Lodz (Polonia), 1978. Vive a Tornimparte (L'Aquila)

Col mare mi sono fatto una bara di freschezza #2, 2010

Matita su carta da lucido, ventole per computer, legno

Col mare mi sono fatto una bara di freschezza #2 – è sostanzialmente una lunga gestazione autobiografica, che prende spunto da una poesia di Ungaretti dal titolo Universo. Il lavoro è una sorta di diario, aderente alle variazioni dell’animo dell’artista, un percorso sia professionale che umano. E’ la traccia delle esperienze che lo hanno segnato e che, in particolare, fanno riferimento alle vicende de L’Aquila. Di conseguenza, il lavoro è segnato da una sensazione, e restituisce nel suo complesso un senso profondo di precarietà.

IMPOSSIBLE SITES dans la rue

 

IS/DLR.doc, 2009

Fotografie stenopeiche

Collettivo d’arte pubblica aperto alle più diverse professionalità (artisti, architetti, educatori, trainer, psicologi…) che lavora sull’osservazione dello spazio umano-urbano per la scoperta ed il superamento dei suoi “Luoghi Impossibili”, fisici ed emotivi. Attraverso i linguaggi dell’arte contemporanea, osserva situazioni sociali difficili, luoghi inaccessibili, indaga condizioni in allarme. Sollecita riflessioni sull’abitare, l’attraversare, il condividere lo spazio pubblico. Dal 2009 utilizza la fotografia stenopeica come strumento di osservazione e indagine della realtà abitata, pratica a basso costo che permette di costruirsi degli strumenti in proprio. Il lavoro in mostra è la documentazione di vari laboratori condotti in differenti sedi alla ricerca di luoghi impossibili, e si compone di un video riassuntivo/documentario e di alcuni scatti realizzati con modalità stenopeica.

Giorgio Lupattelli

Nato a Magione (Perugia) nel 1958. Vive e lavora a Magione

Fast Forward (time), 2009

Acrilico su mdf telato (5 pezzi)

Giorgio Lupattelli è un artista multimediale, che si serve di svariati mezzi tecnologici, soprattutto del computer e di programmi di elaborazione digitale per la progettazione dei lavori, alcuni dei quali poi si materializzano mediante mezzi manuali come la pittura. Il tema centrale della sua ricerca artistica è l’uomo contemporaneo, recettore di tutte le mutazioni socioculturali, mentre negli ultimi lavori predomina il rapporto tra corpo e scienza e quello tra la vita e la morte, anche in base alle ultime scoperte nel campo della genetica. 

Paride Petrei

 

1 km + 213 m x 2540 individui, 2010

Materiali vari

Il lavoro prende spunto dal fatto che nel nord-ovest del Paraguay coesistano sulla stessa area di pochi chilometri quadrati due entità a rischio di estinzione: una è un volatile (Caprimulgus candicans / Succiacapre alibianche), l’altra la tribù Ayoreo. Per entrambe le entità il numero di individui superstiti stimato è di circa 2.000 unità. Gli Ayoreo sono, inoltre, legati simbolicamente al succiacapre dato che il loro rituale fondamentale inizia proprio nel periodo dell’anno in cui sentono cantare questo uccello. Il lavoro riflette sul rapporto di interdipendenza tra i due nuclei. Ed è una sorta di presentazione di un progetto più ampio che prevede un viaggio in Paraguay da cui ricavare disegni in stile antropo-naturalistico, una sorta di taccuino di viaggio e un video con l’immagine di frecce che i membri della tribù realizzano con le piume degli esemplari morti degli uccelli. Il tutto, per restituire il rapporto di interdipendenza già presente tra questi due soggetti. Una riflessione sull’equilibrio (precario) tra l’uomo ed il proprio ambiente.  

Giovo Piacentini Gianni Piacentini

 

Pastarelle - Umbria, 2010

Vassoi di paste vuoti, 1 vassoio in materiali plastici, paste fresche

L’artista è affascinato dalla bellezza dei vassoi di paste che, seppur simili nella forma, variano nei colori, nella griffe, nella scelta del nastro. Piacentini colleziona quindi vassoi da sei paste, vuoti, mantenendone la forma leggermente bombata, fragile e morbida. Un vassoio per ogni pasticceria umbra. L’artista ha girato varie pasticcerie chiedendo al pasticcere di preparare un vassoio di sei paste ma senza mettercele dentro: un vassoio rigorosamente preparato per far bella mostra di sé. Sono parte essenziale del gioco sia la sua richiesta direttamente ai negozi. Ogni vassoio è portatore dolce di una micro-realtà locale di un’artigianalità destinata forse a cedere sotto i colpi dell’industria dolciaria. Segno preventivo, quindi, della memoria, e di un piacevole momento di condivisione.

Gino Sabatini Odoardi

 

Senza titolo, 2010

Termoformatura in polistirene

Gli ultimi lavori dell’artista si concentrano sull’utilizzo del polistirene attraverso cui ottiene delle “termoformatura”. Ovvero stende dei veli sugli oggetti e li intrappola, fissandoli. Sono lavori di un bianco puro e lucente. I soggetti sono diversi, dai simboli della fede come il crocefisso e il rosario, a quelli della banale mondanità come la scarpa di una donna, un orologio, un portapenne, una cravatta. La tecnica della termoformatura ricalca la forma dell’oggetto per contatto, e quest’ultimo finisce per perdere l’identità e la funzione che aveva come oggetto. L’oggetto rimane imprigionato dalla plastica, perfettamente sigillato nella nuova pelle che ne modifica quell’apparenza oggettuale che era la sua precedente natura. Sabatini Odoardi associa oggetti dalla tipologia e dalla funzione decisamente inconciliabili, ad esempio una radio con un tritacarne, o una statua sacra con una playstation. Queste nuove forme di Sabatini Odoardi riflettono una perdita consapevole di certezze che è essenza della nostra modernità.

Studio ++

 

Senza titolo, 2009

Piombo su carta

Centinaia di fogli bianchi descrivono la traiettoria di un proiettile scomponendola in istantanee del suo inafferrabile passaggio. L’esile supporto che contiene la potenza dello sparo permette di leggere una variazione di equilibrio che si svolge all’interno del blocco: sulla prima faccia colpita, il proiettile crea un foro netto che rappresenta il prevalere della sua forza sulla carta, mentre lo strappo caotico dell’altra facciata, in cui l’ultimo foglio blocca il proiettile, è la traccia generata dalla prevalenza della carta sulla forza dello sparo. Il contrasto tra i due segni rimanda a tutti gli infinitesimi spazi/momenti di trasformazione custoditi e descritti dalle pagine bianche che compongono il blocco di carta.

Lisa Wade

Washington D.C. (USA), 1972. Vive a Todi (Perugia)

World Reset, 2010

Light-box

Lisa Wade lavora solitamente sul significato storico dei simboli e delle metafore nella storia dell’arte italiana. Questo l’ha stimolata a creare ed a utilizzare nuovi canoni del simbolismo visuale, sia personale che universale. Wade da ascolto e legge non solo gli oggetti e la loro voce, ma anche il più grande coro degli eventi dei nostri giorni, interpretandoli sia in un modo ampio, socio-politico, che introspettivo tramite i suoi autoritratti concettuali. In questo lavoro specifico, l’artista conduce una riflessione sul contesto urbano e sui suoi segni. A partire dalla foto di New York, Lisa Wade procede per sottrazione e cancella tutte le scritte pubblicitarie che affollano un paesaggio fortemente antropizzato, fino a creare una sorta di “pulizia visiva”, alla riconquista di uno spazio più libero e affrancato da un eccessivo condizionamento.

 

 

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