|
MAIN SPONSOR


| |
|
P.O.T_2010
>>> 2004
2005 2006
2007
2008 2009
2010
|
|
|
PREMIATA
OFFICINA TREVANA_10
(UNDER
COSTRUCTION)
|
|
LA MOSTRA
DEGLI ARTISTI
|
|
|
|
Oscar
Accorsi
|
|
Correggio,
1958. Vive a ...
|
|
Dancing, 2010
Vernice
industriale su alluminio
|
|
La
direzione verso cui ci spinge a riflettere Oscar Accorsi è quella di
un’ecologia dello sguardo e del pensiero, ovvero la pulizia della
mente da troppe informazioni visive che portano ad impigrire gli altri
sensi e ci conducono verso una sorta di apatia. L’artista, quindi,
tende al monocromo come simbolo di “pulizia” e, per incentivare
l’uso degli altri sensi, accosta ai lavori un rametto di rosmarino, il
cui profumo intenso sollecita l’olfatto. Il titolo, Dancing, riflette
ironicamente proprio sulla ricerca spasmodica di un senso apparentemente
nascosto quando l’unico scopo del lavoro è la depurazione da inutili
sovrastrutture concettuali e la pura sollecitazione plurisensoriale.
Infatti, a ben guardare, nel bianco si intravedono delle griglie, ma
queste non sono altro se non banali cassette della frutta. Per
realizzarle, Accorsi ha prima dato una stesura di vernice bianca su
alluminio, poi vi ha poggiato sopra questa “pseudo-griglia”, ed ha
quindi passato una seconda stesura di vernice trasparente per ottenere
un leggero, e quasi impercettibile, gioco ottico. Il tutto per sorridere
di chi, abituato ad andare sempre oltre cercando un significato
nascosto, perde il contatto con il lato epidermico e
superficialmente sorprendente della banalità.
|
|
Rebecca
Agnes
|
|
|
|
An
unbroken line, 2009
Video
animazione 2D, 6’’
|
|
L’artista
lavora solitamente con il video usando l’animazione in 2D. In questo
progetto specifico, dal titolo Una linea ininterrotta, il testo che scorre
sullo schermo presenta una selezione limitata di eventi ampiamente
conosciuti. Tutti eventi legati da un comune minimo denominatore, ovvero
l’incidenza catastrofica e falcidiante sull’uomo. Eventi che hanno
avuto luogo in maniera improvvisa, senza possibilità di essere previsti:
malattie epidemiche che hanno colpito un’intera popolazione, catastrofi
naturali, scontri armati. Una riflessione sull’idea di “conflitto” e
sulla precarietà dell’uomo, a volte vittima della natura, a volte della
sua stessa mano.
|
|
Alessia
Armeni
|
|
|
|
Senza
titolo (specchio), 2010
Materiali
vari
|
|
Il
lavoro esposto a Trevi è un omaggio allo specchio come strumento utile a
moltiplicare la visione. Le piccole tele riportano infatti angoli –
piccole porzioni di spazio – visti da diverse prospettive. Lo specchio
è proprio concepito come un elemento in grado di generare punti di vista
alternativi, duplicando la realtà e provocando, al tempo stesso,
rappresentazioni fallaci che inglobano tanto l’ambiente come le persone
in una rappresentazione moltiplicata, per esprimere una complessità della
visione e la volontà dell’artista di spingere il nostro sguardo a
scoprire l’altrove.
|
|
Luca
Bertini
|
|
|
|
29,
2005
Programmazione,
Big Band Jazz, video, 35’
|
|
29
è un evento sonoro, visivo e performativo, in cui le oscillazioni
borsistiche del crollo del ‘29, trascodificate matematicamente in note,
vengono interpretate da una Big Band Jazz. 15 strumentisti e due cantanti
eseguono il Black Tuesday, come venne soprannominato dagli americani il 29
ottobre 1929 - giorno entrato a far parte della mitologia della finanza e
della cultura popolare - in una serata di gala in cui riemergono,
amplificate e spettacolarizzate dall’orchestra jazz, le invisibili
oscillazioni borsistiche che in poche ore di contrattazione portarono al
tracollo prevedibile l’infrastruttura economica dell'America e
dell’Occidente. In questa performance la giornata del tracollo si
autocelebra, mescolando in un cortocircuito logico, elementi vicini alla
cultura spettacolare americana, all’estetica anni ‘20 ed al mondo
della finanza. Dopo aver acquisito negli archivi storici di Wall Street i
dati del Black Tuesday, un’analisi software ha scomposto le quotazioni
azionarie di tutte le società in microvariabili - valore dell'azione,
frequenza e volume della transazione, settore di riferimento - e le ha
ricomposte in un sistema melodico e armonico attribuendo ad ogni elemento
un suo corrispettivo - altezza della nota, durata, pause, strumento di
esecuzione. Nella partitura ogni strumento, a seconda delle proprie
naturali caratteristiche, interpreta l'andamento di un settore borsistico
in modo analitico, così da avere, a titolo esemplificativo, delle note
lunghe laddove il volume di scambi è stato massiccio, e gravi laddove il
valore azionario diminuiva. Le improvvisazioni di alcuni strumenti
coincidono invece con le fasi di isteria negoziale di interi settori.
Chiude il terzo "round", o giornata di scambi, l'intervento
vocale di un tenore e un soprano, che cantano i nomi delle aziende
maggiormente coinvolte nel tracollo.
|
|
Alessio
Biagiotti
|
|
Nato
a Perugia nel 1974. Vive e lavora a Perugia
|
|
RU-486,
2010
Double
light-boxes
|
|
L’artista
lavora con diversi mezzi espressivi e per l’occasione presenta tre
inediti light-boxes che ritraggono scene di vita vissuta, colte nella
loro essenzialità. Si tratta di scene tratte dalla strada, immortalate
attraverso uno scatto fotografico poi elaborato al computer attraverso
l’uso di Photoshop. Le immagini, ad un primo passaggio, vengono virate
nei toni del grigio. In un secondo tempo, Biagiotti “sintetizza” le
immagini ricavandone - sempre attraverso l’uso di Photoshop - le
sagome, i contorni lineari. Quello che rimane dell’immagine di
partenza è solo una traccia, resa particolarmente evidente da colori
forti, che viene impressa sul vetro per sovrapporsi all’immagine
originale, quasi a sottolineare ciò che normalmente è invisibile agli
occhi, anche nella banalità, grigia, del quotidiano.
|
|
conceptinprogress
|
|
|
Amparo
Ferrari, Buenos Aires, 1977; Sebastian Zabronski, Buenos Aires, 1974.
Vivono a Venezia
|
|
Sweeping
around a column, 2010
Carboncino
su pavimento
|
|
L’ultima
ricerca del gruppo si concentra sulla sperimentazione di tecniche e
strumenti innovativi per disegnare. Questa ricerca si risolve nella
costruzione di strumenti particolari che, attraverso l’assemblaggio o
l’utilizzo di mezzi non convenzionali, danno risultati del tutto
inattesi. In questo caso specifico, il duo ha lavorato attorno alla
colonna nera (già parte della stanza) ricreando una sfumatura alla sua
base che andasse gradualmente dal nero al grigio del pavimento. Hanno
utilizzato dei piccoli pezzi di legno di circa 10 cm l’uno. Questi
pezzetti sono stati messi dentro scatole di latta (normali contenitori di
scarto, ad esempio quelli degli alimenti), riempiti di sabbia. Quindi, i
contenitori sono stati bruciati sul fuoco, in modo che i legnetti al loro
interno si carbonizzassero. Infine, i carboncini sono stati applicati su
una scopa in legno a cui erano state tolte le setole, e questo è
diventato un nuovo strumento per “disegnare”, e per sorprendersi dei
risultati.
|
|
DDM
|
|
|
|
 
Ivy
(white) noise, 2010
Cavi
elettrici, speakers, radio, antenna
|
|
La
ricerca di DDM (Daniela Di Maro) esplora le relazioni tra natura e
artificio, sviluppando progetti che, tramite l’utilizzo del mezzo
tecnologico, auspicano un possibile riavvicinamento tra l’uomo e la
natura. Sono micro-universi videosonori, dove la natura è veicolata dal
medium tecnologico, una sorta di landscape tecno-meditativo creato da
cavi elettrici e input sonori. L’esito di questa osmosi è
l’agglutinamento d’impulsi visivi, uditivi e tattili che mettono
costantemente in discussione l’idea della bidimensionalità
dell’opera in favore di una sua totalizzante e avvolgente dimensione
ambientale.
|
|
:esibisco.
|
|
|
|
Indoor,
2010
Materiali
vari
|
|
Il
lavoro esposto è un’evoluzione di un precedente progetto del 2008 dal
titolo N.A.T.P.L.E. Non a tutti piace l’erba e presenta, in questo
contesto, un video che documenta l’azione di cui sopra più una
microporzione di prato che, all’interno dello spazio espositivo,
giustifica il titolo Indoor. Il progetto originario era nato per
rivitalizzare temporaneamente Piazza Ghiberti di Firenze attraverso
l’installazione di un prato vero di oltre 2.000 metri quadri. Si era così
creato un nuovo scenario per un quartiere di Firenze, uno sconvolgimento
del paesaggio urbano, un’oasi verde al posto di un’infinita distesa di
cemento. L’erba assurge a simbolo di un valore imprescindibile per
l’uomo, la Natura. Un progetto per permettere ai cittadini di
riappropriarsi di un luogo pubblico e una riflessione sulle condizioni
socio-culturali di Firenze, ma anche una riflessione che prescinde da uno
specifico contesto abitativo.
|
|
Franco
Fiorillo
|
|
|
|
Portfolio,
1998
Bitume
e stampe su tavola
|
|
L’interesse
di Franco Fiorillo si concentra da tempo sulla materia, specialmente per
elementi come ferro e piombo. Portfolio prende il nome dal fatto che
comprende tutti i lavori precedenti, o comunque molti di essi. Come ogni
“book d’artista” ha un frontespizio, così una “sentinella
custode” (una specie di vedetta) sta a latere del corpus delle altre
tavole. Tutte le immagini impresse riguardano lavori precedenti
dell’artista, ed i supporti sono sportelli che provengono dal collegio
che l’artista ha frequentato da ragazzino. Una sorta di percorso a
ritroso, quindi, che mette in fila le tappe di una carriera artistica e
un percorso di vita, che rielabora il passato per trasformarlo in una
nuova opera. |
|
Armida
Gandini
|
|
|
|
Io
dico che ci posso provare, 2009
Video,
11’45’’
|
|
Il
video racconta la storia di una bimba che attraversa uno spazio
indefinito: niente dapprima sembra ostacolare il suo gioco. Alla piccola
ogni azione è permessa, così come ogni suo desiderio di entrare in
relazione con il mondo che la circonda. Questa atmosfera giocosa però
gradualmente si modifica; tra la bambina e quella che dovrebbe essere
l’area delle sue manovre si generano degli impedimenti, degli scogli,
che intralciano fisicamente i suoi movimenti e la obbligano a trovare
delle scorciatoie. Di fronte a questi intoppi, che metaforicamente
rimandano a barriere mentali oltre che fisiche, la bimba, come ognuno di
noi, trova delle strategie che l’aiutino ad aggirare gli ostacoli.
Burle, scherzi del destino, inconvenienti che destabilizzano il nostro
equilibrio, questi blocchi rimandano alle contrarietà che tutti
dobbiamo fronteggiare e che crescono con noi, si amplificano in
larghezza e in altezza, proprio quando avevamo l’illusione di essere
diventati più grandi e più forti. Eppure la piccola non si dà per
vinta e insiste nel trovare un’alternativa, mettendo in atto una
resistenza creativa. La mancanza di coordinate spaziali rende più
instabile la sua condizione, impedendole di prevenire la direzione degli
eventi e di anticiparli: trovarseli davanti significherà fermarsi per
escogitare un piano e cercare una soluzione, per difendersi e continuare
a giocare. La bimba protagonista del video, Chiara, è l’autrice della
frase che dà il titolo al video.
|
|
Piotr
Hanzelewicz
|
|
Lodz
(Polonia), 1978. Vive a Tornimparte (L'Aquila)
|
|
Col
mare mi sono fatto una bara di freschezza #2, 2010
Matita
su carta da lucido, ventole per computer, legno
|
|
Col
mare mi sono fatto una bara di freschezza #2 – è sostanzialmente una
lunga gestazione autobiografica, che prende spunto da una poesia di
Ungaretti dal titolo Universo. Il lavoro è una sorta di diario, aderente
alle variazioni dell’animo dell’artista, un percorso sia professionale
che umano. E’ la traccia delle esperienze che lo hanno segnato e che, in
particolare, fanno riferimento alle vicende de L’Aquila. Di conseguenza,
il lavoro è segnato da una sensazione, e restituisce nel suo complesso un
senso profondo di precarietà.
|
|
IMPOSSIBLE
SITES dans la rue
|
|
|
|
IS/DLR.doc,
2009
Fotografie
stenopeiche
|
|
Collettivo
d’arte pubblica aperto alle più diverse professionalità (artisti,
architetti, educatori, trainer, psicologi…) che lavora
sull’osservazione dello spazio umano-urbano per la scoperta ed il
superamento dei suoi “Luoghi Impossibili”, fisici ed emotivi.
Attraverso i linguaggi dell’arte contemporanea, osserva situazioni
sociali difficili, luoghi inaccessibili, indaga condizioni in allarme.
Sollecita riflessioni sull’abitare, l’attraversare, il condividere lo
spazio pubblico. Dal 2009 utilizza la fotografia stenopeica come strumento
di osservazione e indagine della realtà abitata, pratica a basso costo
che permette di costruirsi degli strumenti in proprio. Il lavoro in mostra
è la documentazione di vari laboratori condotti in differenti sedi alla
ricerca di luoghi impossibili, e si compone di un video
riassuntivo/documentario e di alcuni scatti realizzati con modalità
stenopeica.
|
|
Giorgio
Lupattelli
|
|
Nato a Magione (Perugia) nel
1958. Vive e lavora a Magione
|
|

Fast
Forward (time), 2009
Acrilico
su mdf telato (5 pezzi)
|
|
Giorgio
Lupattelli è un artista multimediale, che si serve di svariati mezzi
tecnologici, soprattutto del computer e di programmi di elaborazione
digitale per la progettazione dei lavori, alcuni dei quali poi si
materializzano mediante mezzi manuali come la pittura. Il tema centrale
della sua ricerca artistica è l’uomo contemporaneo, recettore di tutte
le mutazioni socioculturali, mentre negli ultimi lavori predomina il
rapporto tra corpo e scienza e quello tra la vita e la morte, anche in
base alle ultime scoperte nel campo della genetica.
|
|
Paride
Petrei
|
|
|
|
1
km + 213 m x 2540 individui, 2010
Materiali
vari
|
|
Il
lavoro prende spunto dal fatto che nel nord-ovest del Paraguay coesistano
sulla stessa area di pochi chilometri quadrati due entità a rischio di
estinzione: una è un volatile (Caprimulgus candicans / Succiacapre
alibianche), l’altra la tribù Ayoreo. Per entrambe le entità il numero
di individui superstiti stimato è di circa 2.000 unità. Gli Ayoreo sono,
inoltre, legati simbolicamente al succiacapre dato che il loro rituale
fondamentale inizia proprio nel periodo dell’anno in cui sentono cantare
questo uccello. Il lavoro riflette sul rapporto di interdipendenza tra i
due nuclei. Ed è una sorta di presentazione di un progetto più ampio che
prevede un viaggio in Paraguay da cui ricavare disegni in stile
antropo-naturalistico, una sorta di taccuino di viaggio e un video con
l’immagine di frecce che i membri della tribù realizzano con le piume
degli esemplari morti degli uccelli. Il tutto, per restituire il rapporto
di interdipendenza già presente tra questi due soggetti. Una riflessione
sull’equilibrio (precario) tra l’uomo ed il proprio ambiente.
|
|
Giovo
Piacentini Gianni
Piacentini
|
|
|
|
Pastarelle
- Umbria, 2010
Vassoi
di paste vuoti, 1 vassoio in materiali plastici, paste fresche
|
|
L’artista
è affascinato dalla bellezza dei vassoi di paste che, seppur simili nella
forma, variano nei colori, nella griffe, nella scelta del nastro.
Piacentini colleziona quindi vassoi da sei paste, vuoti, mantenendone la
forma leggermente bombata, fragile e morbida. Un vassoio per ogni
pasticceria umbra. L’artista ha girato varie pasticcerie chiedendo al
pasticcere di preparare un vassoio di sei paste ma senza mettercele
dentro: un vassoio rigorosamente preparato per far bella mostra di sé.
Sono parte essenziale del gioco sia la sua richiesta direttamente ai
negozi. Ogni vassoio è portatore dolce di una micro-realtà locale di
un’artigianalità destinata forse a cedere sotto i colpi
dell’industria dolciaria. Segno preventivo, quindi, della memoria, e di
un piacevole momento di condivisione.
|
|
Gino
Sabatini Odoardi
|
|
|
|
Senza
titolo, 2010
Termoformatura
in polistirene
|
|
Gli
ultimi lavori dell’artista si concentrano sull’utilizzo del
polistirene attraverso cui ottiene delle “termoformatura”. Ovvero
stende dei veli sugli oggetti e li intrappola, fissandoli. Sono lavori di
un bianco puro e lucente. I soggetti sono diversi, dai simboli della fede
come il crocefisso e il rosario, a quelli della banale mondanità come la
scarpa di una donna, un orologio, un portapenne, una cravatta. La tecnica
della termoformatura ricalca la forma dell’oggetto per contatto, e
quest’ultimo finisce per perdere l’identità e la funzione che aveva
come oggetto. L’oggetto rimane imprigionato dalla plastica,
perfettamente sigillato nella nuova pelle che ne modifica
quell’apparenza oggettuale che era la sua precedente natura. Sabatini
Odoardi associa oggetti dalla tipologia e dalla funzione decisamente
inconciliabili, ad esempio una radio con un tritacarne, o una statua sacra
con una playstation. Queste nuove forme di Sabatini Odoardi riflettono una
perdita consapevole di certezze che è essenza della nostra modernità.
|
|
Studio ++
|
|
|
|

Senza
titolo, 2009
Piombo
su carta
|
|
Centinaia
di fogli bianchi descrivono la traiettoria di un proiettile scomponendola
in istantanee del suo inafferrabile passaggio. L’esile supporto che
contiene la potenza dello sparo permette di leggere una variazione di
equilibrio che si svolge all’interno del blocco: sulla prima faccia
colpita, il proiettile crea un foro netto che rappresenta il prevalere
della sua forza sulla carta, mentre lo strappo caotico dell’altra
facciata, in cui l’ultimo foglio blocca il proiettile, è la traccia
generata dalla prevalenza della carta sulla forza dello sparo. Il
contrasto tra i due segni rimanda a tutti gli infinitesimi spazi/momenti
di trasformazione custoditi e descritti dalle pagine bianche che
compongono il blocco di carta.
|
|
Lisa
Wade
|
|
Washington
D.C. (USA), 1972. Vive a Todi (Perugia)
|
|
World
Reset, 2010
Light-box
|
|
Lisa
Wade lavora solitamente sul significato storico dei simboli e delle
metafore nella storia dell’arte italiana. Questo l’ha stimolata a
creare ed a utilizzare nuovi canoni del simbolismo visuale, sia
personale che universale. Wade da ascolto e legge non solo gli oggetti e
la loro voce, ma anche il più grande coro degli eventi dei nostri
giorni, interpretandoli sia in un modo ampio, socio-politico, che
introspettivo tramite i suoi autoritratti concettuali. In questo lavoro
specifico, l’artista conduce una riflessione sul contesto urbano e sui
suoi segni. A partire dalla foto di New York, Lisa Wade procede per
sottrazione e cancella tutte le scritte pubblicitarie che affollano un
paesaggio fortemente antropizzato, fino a creare una sorta di “pulizia
visiva”, alla riconquista di uno spazio più libero e affrancato da un
eccessivo condizionamento. |
|
|
|
|
|
|
|
|